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    Cosa è una cronoscalata
    Una strada che sale, il casco che stringe, il tempo che ti resta addosso anche dopo il traguardo.
    Redazione 14 Gennaio 2026
  • Cronocalata: un momento di una gara di velocità in salita

    C’è un dettaglio che non trovi nei regolamenti e che non si vede nei video ufficiali. È l’odore. Quello che resta intrappolato dentro il casco, misto a sudore, benzina e stoffa calda. È lì che capisci cos’è davvero una cronoscalata, prima ancora che scatti il semaforo.

    Sei fermo al via. Le mani stringono il volante più forte del necessario. Il motore borbotta, vibra, scalda l’abitacolo. Fa caldo, sempre. Anche quando fuori c’è aria di montagna. Sotto la tuta il sudore comincia a scendere, lento, e ti accompagna fino all’ultima curva. Nessuno ne parla, ma tutti lo conoscono.

    La cronoscalata è una gara in salita, sì. Ma detta così sembra facile. In realtà è una strada vera che sale, senza sconti. Una lingua d’asfalto che cambia carattere ogni pochi metri. A volte lenta, nervosa, tutta freni e prima marcia. Altre volte veloce, quasi scorrevole, dove l’auto prende fiato e tu con lei… per un attimo soltanto. Poi arriva un altro tornante e ti rimette al tuo posto.

    Non corri contro qualcuno che vedi. Corri contro qualcosa che senti. Il tempo, certo. Ma anche la testa. La memoria delle prove. Quel punto dove ieri hai frenato troppo presto. Quella curva cieca che ti è rimasta lì, piantata dietro gli occhi.

    Durante le prove impari la strada come si impara una cicatrice: metro dopo metro. Capisci dove l’asfalto tiene e dove mente. Dove puoi osare e dove conviene lasciar perdere. In gara non c’è spazio per ragionare. Devi solo fidarti di quello che hai dentro. E sperare di non tradirti.

    La partenza dura un secondo. Il resto è un flusso continuo. Il rumore che rimbalza tra i boschi, le marce che entrano secche, il casco che si appanna appena. Respiri corto. Non per paura. Per concentrazione. Il sudore scende, gli occhi bruciano, ma non puoi muovere un dito in più del necessario.

    Le cronoscalate non sono uno sport da copertina. Nessun glamour, poche luci. Box improvvisati, furgoni aperti, meccanici con le mani nere e il sorriso stanco. Piloti che fanno tutto da soli, che pagano, che montano, che smontano. E tornano. Sempre.

    Ogni salita racconta qualcosa di diverso. C’è chi rincorre un tempo da anni. Chi torna sulla gara di casa come fosse un appuntamento fisso con se stesso. Chi migliora di tre decimi e lo racconta come una vittoria. Perché qui i numeri contano, sì, ma contano ancora di più le sensazioni.

    Quando tagli il traguardo non esulti subito. Prima guardi il cronometro. Poi spegni. Poi togli il casco. E in quell’istante senti tutto: l’aria fresca, il battito che rallenta, l’odore che ti accompagna fuori dall’abitacolo.

    E quella frase, sempre la stessa, che ti torna addosso senza chiedere permesso:
    Là sotto potevo fare meglio.

    È così che funziona. Non è solo una gara. È una fatica che ti resta addosso.
    Ed è per questo che, chi entra davvero nel mondo delle cronoscalate, difficilmente riesce a lasciarlo andare. Anche quando il casco è già sul sedile.

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